Cap. IV Politiche di
integrazione
Lo stato di realizzazione del
modello di integrazione adottato e gli obiettivi prioritari per il futuro.
Si ritiene utile seguire il modello di integrazione ragionevole, proposto nel rapporto 1999 dalla Commissione per le politiche di integrazione degli immigrati. Secondo questo modello i principali obiettivi da perseguire sono la tutela dell’ “integrità della persona” e la costruzione di un’ “interazione a basso conflitto” tra immigrati e cittadini, tra nazionali e nuove minoranze. Le politiche di integrazione devono essere dirette, da una parte, ad assicurare agli stranieri presenti nel nostro paese basi di partenza nell’accesso a beni e servizi e, più in generale, condizioni di vita decorose. Un’interazione a basso conflitto implica che le politiche di integrazione si rivolgono anche e forse soprattutto ai cittadini italiani e non solo agli stranieri che vivono e lavorano in Italia.
All’interno delle misure destinate a
garantire l’integrità della persona, fondamentale importanza rivestiranno anche nei prossimi anni
quelle dirette a “premiare la legalità” di chi, facendo uso di strumenti ormai finalmente operanti a
pieno regime quali l’ingresso per lavoro nell’ambito dei flussi, l’ingresso con
sponsorizzazione e i ricongiungimenti familiari, è entrato regolarmente nel nostro paese. Nella direzione di
premiare la legalità e la residenza regolare di lungo periodo, alcune importanti realizzazioni hanno avuto
luogo nel corso del 2000: il rilascio delle prime carte di soggiorno e l’attuazione
dell’istituto dello sponsor per ricerca di lavoro. Perciò sembra necessario creare le
condizioni che permettano di mantenere la stabilità della
Maggiore impulso dovrà essere dato
alle misure dirette ad assicurare agli stranieri regolari il pieno
Carattere di priorità dovrà essere
riconosciuto all’obiettivo di eliminare o quantomeno ridurre le barriere, tanto di tipo prettamente
linguistico o, più in generale, culturale, quanto di tipo organizzativo, che ostacolano la
fruibilità dei servizi da parte degli immigrati. L’esistenza di ostacoli che impediscono l’esercizio
del diritto di accesso ai servizi è particolarmente evidente nel settore dei servizi sanitari e sociali.
Gli ostacoli di tipo culturale in senso ampio comprendono non solo la lingua, ma sia le difficoltà
legate ad una non buona comprensione da parte degli stranieri del funzionamento dei servizi, sia ad una
concezione diversa della malattia o del bisogno, ad aspettative diverse rispetto alla cura, alla
assistenza, al rapporto tra operatore e utente. In questo ambito la priorità deve
essere data alla formazione specifica degli operatori posti a contatto con l’utenza immigrata e
alla diffusione del ricorso ai mediatori culturali. La figura del mediatore culturale è
stata introdotta per la prima volta dal Testo unico sull’immigrazione, come figura
“ponte” tra gli immigrati, portatori di una diversa cultura di origine e di specifiche esigenze, e il contesto
dei servizi e delle istituzioni italiane. Sembra tuttavia necessaria una più precisa
determinazione del ruolo e dell’ambito di intervento dei mediatori culturali, così come l’uniformazione
secondo standard comuni del loro percorso formativo, oggi completamente delegato ai differenti
orientamenti dei singoli enti che li formano e li utilizzano. Altre barriere sono di tipo
organizzativo, risolvibili con una maggiore flessibilità dei servizi e
In prospettiva le politiche sociali dirette agli immigrati dovrebbero essere inserite nelle politiche sociali generali. Sembra opportuno prendere le mosse da normative recenti quali la disciplina dell’assegno di maternità e del reddito minimo di inserimento, che comprendono tra i potenziali beneficiari, a condizioni di parità con gli italiani, gli immigrati regolarmente residenti, per riflettere su una possibile riforma del sistema degli ammortizzatori sociali che, partendo dalla considerazione degli immigrati quali componenti ormai strutturali della società, li inserisca tra i beneficiari di misure generali di sostegno socio-economico. E’ d’altronde lo stesso T.U. sull’immigrazione a stabilire il principio dell’equiparazione ai cittadini italiani degli stranieri titolari di carta di soggiorno o di permesso di soggiorno di durata non inferiore ad un anno per quanto riguarda la “fruizione delle provvidenze e delle prestazioni, anche economiche, di assistenza sociale”.
Lavoro
Le misure dirette a favorire l’emersione del lavoro sommerso rappresentano senza dubbio una priorità, infatti un forte settore informale, oltre a sottrarre risorse allo Stato e agli enti previdenziali, agisce da potente fattore di attrazione dell’immigrazione irregolare verso l’Italia. Le misure da adottare per combattere il lavoro irregolare degli stranieri non sono diverse da quelle destinate a ridurre il lavoro irregolare svolto dagli italiani: si tratta di aumentare i controlli, rendere più gravi le sanzioni e meno onerosa la contribuzione per il lavoro regolare. Sarebbe anche opportuno avviare un monitoraggio che consenta di valutare se e in che misura il lavoro irregolare degli stranieri si stia “sganciando” dalla irregolarità del soggiorno, tenuto comunque conto del fatto che i lavoratori immigrati sono in condizioni di maggiore ricattabilità e vulnerabilità rispetto agli italiani quanto alla scelta del tipo di lavoro e alla possibilità di optare per un rapporto regolare. Si possono prevedere anche alcune misure specifiche: è necessario seguire i percorsi lavorativi di chi ha fatto ingresso in Italia con sponsorizzazione o per ricongiungimento familiare, per non alimentare il lavoro nero con immigrati regolari. In una prospettiva più generale, un monitoraggio di questo tipo si rivelerebbe strumento utile anche per le valutazioni relative ai flussi di ingresso per lavoro. Favorire il ricorso degli immigrati ai contratti di formazione lavoro (attualmente utilizzati solo nel 5% degli avviamenti al lavoro) e di apprendistato, che riducono i costi per le imprese e costituiscono ottime opportunità per gli stranieri.
Pur essendo spesso dotati di un buon livello di istruzione, gli immigrati sono nella maggior parte dei casi collocati nel mercato del lavoro italiano ai più bassi livelli di qualifica professionale. Questo appiattimento comporta un grave sotto-utilizzo di capacità e risorse umane che vengono di fatto sprecate e la diffusione di un’immagine stereotipata del lavoratore immigrato, la cui utilità per l’economia e per la società è sempre confinata in ambiti limitati. Sembrano quindi prioritariamente da promuovere iniziative tendenti a incentivare la mobilità sul mercato del lavoro degli stranieri, in modo da consentirne l’uscita da “settori-ghetto” quali il lavoro domestico per le donne e i bassi profili professionali dell’industria e del terziario per gli uomini. Sembra inoltre fortemente necessario ridurre lo sfasamento tra il livello di istruzione e la collocazione professionale e facilitare l’accesso degli immigrati a lavori “visibili” e tenuti in buona considerazione, quali, per esempio, l’operatore di sportello. Sembrano inoltre ancora da migliorare i servizi di orientamento al lavoro diretti specificamente agli immigrati.
Istruzione
L’inserimento scolastico di bambini e giovani immigrati costituisce una delle condizioni fondamentali per l’integrazione sociale e professionale dei minori stranieri e delle loro famiglie e per la realizzazione di pari opportunità di partenza. Gli alunni con cittadinanza non italiana che frequentano le nostre scuole sono oggi venti volte più numerosi di quelli registrati nell’anno scolastico 1983/84, quando costituivano appena lo 0.06% della popolazione scolastica complessiva. Nell’anno scolastico 1999-2000, più di 119.000 alunni stranieri hanno frequentato le scuole italiane, rappresentando l’1,47% dell’intera popolazione scolastica. L’Istat ha stimato la presenza in Italia al 1 gennaio 2000 di circa 230.000 minori stranieri. I dati relativi alla frequenza scolastica prendono in considerazione ovviamente solo i minori in età scolare, dai tre anni in su. Tuttavia – come si è già osservato- anche in considerazione del fatto che a scuola possono andare anche i minori irregolari, mentre i dati sulla presenza riguardano solo i regolari, la discrepanza tra soggiornanti e frequentanti appare un dato preoccupante, soprattutto nel meridione. Maggiori sforzi dovranno essere compiuti nei prossimi anni per diminuire il divario e realizzare compiutamente la norma del testo unico sull’immigrazione che prevede il diritto-obbligo scolastico per i bambini stranieri allo stesso modo in cui lo si prevede per gli italiani. Anche in questo ambito le misure da adottare sembrano dover essere solo in parte specificamente destinate agli immigrati, costituendo l’evasione dell’obbligo scolastico un fenomeno diffuso anche e in primo luogo tra la popolazione scolastica “nativa”, soprattutto nelle regioni meridionali. Deve quindi essere affrontato con strumenti di carattere generale e strutturale, che siano diretti a colmare determinate carenze del sistema scolastico nel suo complesso.
Accanto ai problemi dell’accesso, andranno meglio affrontati nei prossimi anni i problemi dell’inserimento e del successo scolastico. Sono diversi i dati che segnalano come i bambini e i ragazzi stranieri che frequentano le scuole italiane incontrino maggiori difficoltà a scuola rispetto ai loro coetanei italiani. Nonostante l’incompletezza dei dati attualmente disponibili, si può affermare che tra gli studenti stranieri il tasso di insuccessi scolastici e di abbandoni risulta essere più alto di quello relativo agli studenti italiani e la forbice tende ad allargarsi nel passaggio tra le scuole elementari e le medie. La condizione dei bambini figli di immigrati privi di permesso di soggiorno è spesso caratterizzata da difficoltà di inserimento. La legge ne permette la regolare iscrizione a scuola, ma molto spesso il loro inserimento scolastico trova ostacoli nella condizione di illegalità e il contatto con i genitori è per ovvie ragioni quasi totalmente assente. Si assiste inoltre ad un forte assenteismo da parte di questi bambini e ragazzi, sempre determinato dalla posizione illegale delle loro famiglie. Un problema molto diffuso tra gli alunni stranieri è rappresentato dal divario tra l’età del minore e la classe in cui viene inserito in Italia. Nonostante che la legge 40 indichi come criterio guida quello di inserire gli alunni stranieri nella classe immediatamente successiva a quella conclusa con successo nel paese di origine, spesso una scarsa conoscenza della lingua italiana induce le autorità scolastiche a inserire lo studente straniero in una classe composta da alunni molto più piccoli. Questo sfasamento tra età anagrafica e classe di inserimento, che si fa sempre più frequente mano a mano che si procede verso i gradi più alti dell’istruzione, si rivela dannoso tanto psicologicamente quanto pedagogicamente per l’alunno straniero. Per evitarlo, si dovrà puntare molto di più in futuro su programmi personalizzati di inserimento e di istruzione.
Anche nell’ambito della scuola la figura del mediatore linguistico e culturale si è rivelata in grado di facilitare l’inserimento e di svolgere funzioni di supporto e di assistenza, sia in termini di conoscenza delle culture di cui sono portatori i bambini immigrati, sia come sostegno agli stessi bambini nella fase di adattamento alla scuola. Il mediatore, inoltre, può svolgere un ruolo non trascurabile proprio in quel dialogo con le famiglie che si considera fondamentale nell’accoglienza.
I genitori degli alunni stranieri dovranno essere stimolati ad un maggior coinvolgimento e partecipazione ai lavori degli organi democratici della scuola. Il dialogo con i genitori e le Comunità di provenienza, svolto con continuità e non in maniera occasionale, assume una rilevanza fondamentale per un inserimento non traumatico nel contesto scolastico e sociale.
La diffusione di corsi di lingua e cultura italiana, a tutti i livelli, sia per bambini che per adulti costituisce un altro obiettivo importante. Per quanto riguarda i bambini e i ragazzi in età scolare, gli interventi finalizzati all’insegnamento della lingua di studio andranno strutturati tenendo conto delle lingue di origine e realizzati all’interno delle classi di appartenenza e in laboratori interculturali e interlingue appositamente istituiti presso le scuole. Le esperienze in questa direzione, già realizzate in Italia, hanno prodotto risultati positivi.
Il riconoscimento dell’importanza della lingua come strumento di integrazione è anche alla base del progetto pilota per la costituzione di un sistema nazionale per l’insegnamento dell’italiano di base agli immigrati adulti. Infatti la maggior parte degli immigrati giunge nel nostro paese senza conoscere la lingua italiana e si trova a dover affrontare, in una penalizzante situazione di disagio linguistico, innumerevoli impegni e ostacoli. Il progetto di insegnamento dell’italiano di base è stato pensato proprio al fine di ridurre questa condizione di disagio e di creare pari opportunità. L’obiettivo prioritario del progetto attraverso l’immediata attivazione, in via sperimentale, di circa 50 Centri Territoriali per l’Educazione Permanente degli Adulti è di diffondere il più possibile tra gli immigrati la conoscenza di queste strutture quali centri di formazione linguistica per l’insegnamento della lingua italiana, compresi nell’ambito del sistema integrato di educazione e formazione permanente previsto dalla delibera della Conferenza Unificata del 2 marzo 2000, in modo che per gli immigrati diventino punti di riferimento per le necessità di apprendimento della lingua italiana. Alla diffusione dell’insegnamento della lingua dovrà essere abbinata l’introduzione di un certificato ufficiale di conoscenza della lingua italiana, analogo a quello che esiste in diversi paesi europei, differenziato in vari livelli, così come proposto dalla Commissione per le politiche di integrazione.
Università
Nell’anno accademico 1997/98 risultano iscritti ai corsi di laurea e ai corsi di diploma universitario 24.010 studenti stranieri, di cui circa 14.000 provenienti da paesi comunitari o comunque a sviluppo avanzato (di cui più di 10.000 dalla Grecia). Nell’anno accademico 1998/99 risultano iscritti 20.999 studenti stranieri, di cui circa 11.000 provenienti da paesi a sviluppo avanzato (8000 solo dalla Grecia). Al momento, per l’anno accademico 1999/2000 sono disponibili solo dati parziali dai quali emerge un totale di 16.550 studenti stranieri iscritti. Più della metà degli studenti universitari stranieri proviene quindi, negli anni più recenti, da paesi a sviluppo avanzato. Un maggiore sforzo dovrà essere compiuto nei prossimi anni per favorire l’accesso all’istruzione universitaria degli studenti provenienti da paesi a forte pressione migratoria, sia prevedendo un congruo numero di ingressi annuali per studio, sia agevolando, anche in termini economici, l’accesso all’università per chi già vive in Italia. Alcuni passi in questa direzione sono già stati compiuti: il Decreto Interministeriale MURST – MAE - INTERNI fissa a 20.220 unità la quota di ingressi per studio dell’anno accademico 2000-2001; inoltre sono stati recentemente modificati i parametri relativi al calcolo del reddito per la concessione di borse di studio a studenti stranieri.
Alloggio
Il contesto abitativo rappresenta a tutt’oggi un ambito di grave e generalizzato disagio per gli immigrati presenti nel nostro paese. Questo disagio appare in gran parte causato dalle caratteristiche generali del mercato degli alloggi in Italia, in cui tanto l’offerta generale di abitazioni in affitto quanto quella più specifica di abitazioni sociali sono notevolmente inferiori alle medie europee. Si stima che circa un terzo della popolazione immigrata viva in condizioni di disagio abitativo e all’incirca un quinto sia senza dimora. Inoltre il progressivo stabilizzarsi degli immigrati, segnalato dall’aumento dei ricongiungimenti familiari e delle nascite di bambini, comporta un aumento della domanda di abitazioni adatte a famiglie e non più di mere strutture di accoglienza. L’aumentata domanda di case in affitto si scontra con un mercato dell’affitto rigido e limitato, ma anche con la diffidenza di molti proprietari ad affittare a stranieri. Questo è forse in assoluto l’ambito dove meno necessarie appaiono misure specifiche per gli immigrati e dove, al contrario, gli stranieri risentono, in misura aggravata dalla mancanza di reti familiari di supporto, della debolezza delle politiche di carattere generale dirette a ridurre il disagio e l’esclusione abitativa delle fasce più deboli della popolazione. Tanto la gestione dei centri di prima accoglienza, quanto la realizzazione delle altre modalità alloggiative previste dalla legge 40/98 per gli immigrati e per gli italiani in situazione di difficoltà sono in larga parte di competenza delle regioni e degli enti locali. Le politiche abitative pubbliche sono state trasferite, in attuazione del decreto legislativo 112/98, alle regioni cui spetta adesso avviare una nuova fase caratterizzata anche da scelte innovative. Dai dati relativi al 1998 emanati dalla Direzione Centrale Documentazione del Ministero dell’Interno, risultano 17.200 posti letto offerti da un complesso di 820 strutture residenziali per stranieri, di cui 322 pubbliche, 428 private e 70 miste. Il 75% di queste strutture residenziali si trova al Nord del paese, il 14 % al Centro e il restante 12 % si divide tra Sud e Isole. I centri di prima accoglienza continuano ad essere una componente necessaria del quadro di offerta di soluzioni abitative agli immigrati, ma devono essere posti in condizione di svolgere la funzione loro propria, caratterizzata prevalentemente dalla temporaneità e dalla flessibilità dell’accoglienza. Devono cioè poter rispondere a bisogni urgenti di accoglienza per periodi limitati di tempo, con un frequente ricambio delle persone ospitate. Da assumere con carattere di priorità saranno quindi le misure dirette ad aumentare, quantitativamente e qualitativamente, la gamma di possibilità abitative percorribili fuori del centro di accoglienza. A questo scopo occorrerà incentivare maggiormente esperienze-pilota che hanno prodotto buoni risultati negli ultimi anni in Italia, ma anche negli altri paesi europei, quali i progetti di recupero e ristrutturazione del patrimonio immobiliare esistente, le agenzie di intermediazione immobiliare, che consentono di superare alcune diffidenze dei proprietari di immobili, l’accesso agli alloggi ordinari a prezzi sociali o calmierati. Maggiore impulso dovrebbe inoltre essere dato alla realizzazione degli “alloggi sociali” previsti dalla legge 40, che, costituendo una soluzione alloggiativa intermedia tra il centro di prima accoglienza e l’abitazione vera e propria, contribuirebbero a decongestionare le strutture di accoglienza emergenziale. Da non sottovalutare è inoltre la misura in cui le difficoltà a trovare un alloggio in affitto sono aggravate dalla diffidenza dei proprietari, se non da veri e propri pregiudizi, nei confronti degli stranieri.
Salute
Recenti indagini confermano quanto sia ancora nettamente prevalente tra gli stranieri che vivono attualmente in Italia il cosiddetto “effetto migrante sano”, ovvero una situazione di base di buona salute che caratterizza la grande maggioranza degli stranieri che arrivano in Italia. Lungi dall’essere pericolosi portatori di malattie esotiche, gli immigrati giungono nel nostro paese con un patrimonio di salute, fisica e mentale, senza il quale non avrebbero potuto affrontare l’avventura migratoria, e che rischia di essere progressivamente eroso dalle cattive condizioni di vita, di lavoro, di alloggio in Italia. All’interno di questo contesto generale, tuttavia, emergono alcune aree critiche a cui dovrà essere rivolta maggiore attenzione nei prossimi anni. La progressiva stabilizzazione degli immigrati nel nostro paese sta provocando un aumento tra la popolazione immigrata di bambini e di anziani, entrambe categorie con specifiche esigenze di salute. Nell’area ginecologica e pediatrica si riscontrano alcune patologie più frequenti tra gli immigrati che tra gli italiani, causate anch’esse da precarie condizioni di vita e in alcuni casi da carenze informative che sarà necessario affrontare più compiutamente nel prossimo futuro. L’assistenza sanitaria è inoltre uno dei settori in cui emergono con più evidenza fattori di diversa natura che ostacolano l’accesso ai servizi da parte dell’utenza immigrata. Diverse misure per eliminare tali barriere sono già state indicate nella prima parte della sezione dedicata all’integrazione di questo documento. Ancora più a monte della questione di come facilitare l’accesso ai servizi, occorre avviare un monitoraggio su scala nazionale che consenta di verificare quanti titolari del diritto all’assistenza sanitaria, non lo hanno mai esercitato, dal momento che non si sono mai iscritti al Servizio sanitario nazionale. Occorrerà rimuovere le cause di questo mancato esercizio di un diritto fondamentale, principalmente con una adeguata opera di informazione.
Lotta alla discriminazione
Gli articoli 43 e 44 del testo unico sull’immigrazione, che prevedono un’ampia nozione di discriminazione e la possibilità di ricorrere ad una azione civile contro atti discriminatori, sono tuttora poco applicati e poco conosciuti. Il livello di diffusione di nel nostro paese di atti discriminatori, tanto profondamente lesivi della dignità degli stranieri quanto segni evidenti della mancanza di interazione positiva tra stranieri e italiani, è a tutt’oggi oggetto di segnalazioni sparse e non di un monitoraggio adeguato e capillare. Questo è un ambito in cui un costante impegno dovrà essere profuso nel prossimo futuro, sia nella direzione di diffondere maggiormente tra gli immigrati e tra gli operatori legali la conoscenza di questa parte della legge 40, sia nella direzione dell’istituzione, da parte delle Regioni, dei centri di osservazione, informazione e assistenza legale per le vittime di discriminazioni che la stessa legge affida alla loro competenza. A tutt’oggi non risulta istituito alcuno di questi centri, si verifica, quindi, una lacuna tanto di monitoraggio del fenomeno quanto di informazione e tutela. L’istituzione di un “Numero verde contro la discriminazione”, attualmente in fase di progettazione presso il Dipartimento per gli affari sociali, dovrà almeno parzialmente contribuire a colmare, a partire dai primi mesi del 2001, questa grave lacuna. Senza tuttavia nulla togliere alla necessità dell’istituzione in tempi brevi dei centri regionali.
Diritti di rappresentanza e di
cittadinanza
Sia a livello nazionale, nell’ambito della Consulta per i problemi degli stranieri immigrati e delle loro famiglie, che a livello locale, con la costituzione dei Consigli territoriali, ormai operanti in ogni provincia, si sono poste le basi per favorire la visibilità e la partecipazione delle associazioni di immigrati alla vita collettiva. Queste sono le basi di partenza da cui occorrerà prendere le mosse per fornire agli immigrati che vivono e lavorano nel nostro paese una voce in capitolo sulle decisioni che li riguardano. Sul versante dell’ampliamento dei diritti dei lungo residenti e del loro “percorso di cittadinanza” si registra, invece, una stasi che è necessario impegnarsi a superare: la riforma delle norme sull’acquisizione della cittadinanza italiana e l’attribuzione del voto locale agli stranieri restano obiettivi di fondo cui si continuerà a dedicare impegno ed attenzione.
Risorse
A partire dal 2000 è entrato pienamente a regime il sistema di funzionamento del Fondo politiche migratorie così come previsto dal Testo unico. Si tratta di un fondo ampiamente regionalizzato, nella gestione del quale lo Stato centrale mantiene, oltre ad una piccola quota, la funzione di indirizzo e di verifica dell’utilizzo da parte delle regioni. La quota di spettanza delle amministrazioni centrali in futuro potrà sempre di più essere utilizzata per il finanziamento di progetti pilota, di volta in volta individuati, che forniscono soluzioni sperimentali in determinate aree critiche.
Alcune linee d’azione innovative
Sulla falsariga di alcuni progetti pilota già realizzati, sembra opportuno promuovere momenti di concertazione tra amministrazioni centrali e locali, anche prevedendo il coinvolgimento delle imprese, dei sindacati, delle associazioni degli immigrati, del volontariato e dei consigli territoriali. Un vero e proprio progetto pilota di questo tipo è in corso di realizzazione nell’area del Nord-Est, Veneto e Friuli-Venezia Giulia. In Veneto, i sindacati e l’associazione degli industriali hanno firmato un accordo regionale che disciplina la partecipazione degli immigrati a corsi di lingua italiana. La Regione Veneto ha istituito un “Tavolo unico regionale in materia di immigrazione” in collaborazione con il Dipartimento per gli Affari Sociali, gli Enti Locali e le parti sociali, per favorire l’integrazione degli immigrati utilizzando gli strumenti della formazione linguistica e professionale, della politica abitativa, dei servizi all’immigrazione e della programmazione dei flussi. In Friuli-Venezia Giulia, a Pordenone e a Udine, sono stati invece siglati accordi a livello territoriale tra i sindacati e le associazioni degli industriali per favorire l’apprendimento della lingua italiana. Si tratta di esperienze significative che possono indicare un percorso proficuo anche per i prossimi anni, in cui sarà sempre più necessario il coinvolgimento delle Regioni, degli enti locali, delle parti sociali e delle associazioni nella gestione delle misure di integrazione degli stranieri.
Istituzione del riconoscimento
“Migliore progetto per una Città multi-culturale” in
Si ritiene necessario introdurre delle ulteriori forme di attuazione delle politiche di integrazione sociale in favore dei cittadini stranieri regolarmente soggiornanti sul territorio dello stato per consentirne una più ampia diffusione e partecipazione da parte dei Comuni sulla scorta delle esperienze finora prodotte anche sulla base della legge 40/1998. A due anni dall’attuazione del T.U.: sulle politiche dell’immigrazione risulta necessario proseguire nel percorso di sostegno delle città italiane nell’impegno sulle politiche di integrazione sociale, introducendo nuove occasioni per migliorare i servizi in favore dei cittadini stranieri; è questa l’opportunità di rendere più intenso e capillare il coinvolgimento dei Comuni su tali tematiche, promovendo iniziative di supporto alle azioni da questi messe in atto con interventi mirati all’inserimento sociale nella comunità locale.
Priorità per le misure di integrazione
| Target Group | Ambiti di attività |
| Rilevazione dello stato di integrazione | |
| Associazioni e organizzazioni degli immigrati | - Valorizzazione delle strutture di rappresentanza e dei Consigli territoriali, soprattutto nella componente dell’associazionismo immigrato |
| Tutti gli stranieri, ma anche i cittadini di origine straniera | - Istituzione dei centri di osservazione regionali anti-discriminazione |
| Immigrati regolari | - Monitoraggio sulla iscrizione al SSN da parte degli immigrati regolari. |
| Ricercatori, Istituti universitari, Operatori, Enti locali, Commissione per l’integrazione | - Ricognizione e valorizzazione di esperienze di integrazione realizzate a livello locale |
| Politiche sociali | |
| Immigrati, richiedenti asilo, rifugiati | - Realizzazione degli alloggi sociali
previsti dal T.U.
- Ampliamento delle possibilità e delle modalità alloggiative che consentano il turn-over degli ospiti dei centri di accoglienza. - Promuovere la creazione di agenzie di intermediazione e di garanzia per favorire l’accesso degli immigrati al mercato delle abitazioni anche per pervenire situazioni di discriminazioni. |
| Donne |
- Realizzazione di alloggi per madri sole con bambini sotto i tre anni. - Consulenza per normativa sul lavoro domestico. - Consulenza legale per vittime di molestie sessuali. - Formazione sul diritto di famiglia. - Mediatori culturali nei consultori |
| Bambini |
- Supporto all’apprendimento della lingua - Facilitazioni per l’accesso agli asili-nido |
| Soggetti svantaggiati |
- Assistenza malati lungo degenti. - Assistenza e gratuito patrocinio per i detenuti. - Misure di protezione per le vittime della tratta e dello sfruttamento sessuale. |
| Adulti e bambini stranieri |
- Programmi per l’apprendimento della lingua italiana per minori e adulti. - Certificazione ufficiale. - Tutela della cultura d’origine. |
| Tutti gli stranieri | - Istituzione di sportelli informativi. |
| Servizi pubblici |
- Formazione specifica degli operatori che si trovano a contatto con l’utenza immigrata. - Favorire l’accesso ai servizi anche attraverso la valorizzazione dell’attività dei mediatori culturali. - Definizione del ruolo e dell’ambito di intervento dei mediatori culturali. |
| Amministrazioni e operatori pubblici |
- Semplificazione delle procedure amministrative. - Sostegno alle rappresentanze delle comunità degli stranieri al fine di favorire la partecipazione alla vita della realtà locale. |
| Informazione | |
| Tutti gli immigrati e in particolare i nuovi arrivati | - Informazione-Orientamento sui servizi pubblici, le procedure burocratiche, le istituzioni italiane |
| Tutti gli stranieri, ma anche i cittadini di origine straniera, le associazioni | - Diffusione delle informazioni relative alla tutela anti-discriminazione |
| Italiani e stranieri soggiornanti in Italia | - Favorire relazioni a basso conflitto tra immigrati e italiani sfatando luoghi comuni e promuovendo la conoscenza reciproca |
| Famiglie immigrate | - Campagna di informazione e sensibilizzazione contro le mutilazioni genitali sulle bambine |
| Immigrati lungo residenti | - Informazione sulla carta di soggiorno e sui diritti e doveri di cittadinanza |
| Cittadini italiani | - Informazione su immigrazione e altre culture |
| Paesi di provenienza dei maggiori flussi di immigrazione | - Informazione sulle procedure di ingresso e soggiorno in Italia |
| Tutti (immigrati, operatori, amministrazioni) | - Campagna informativa sul T.U. sull’immigrazione e sulle leggi regionali di adeguamento. |