Camera dei deputati

Seduta n. 324 del 17/6/2003

Richiesta

(Sezione 5 - Iniziative per accelerare il disbrigo delle domande di regolarizzazione dei lavoratori extracomunitari)

SANDI e RUZZANTE.
- Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
quattro mesi dopo la scadenza del termine per la presentazione delle domande di regolarizzazione dei lavoratori extracomunitari impiegati nell'industria e nei servizi alle famiglie, i dati che arrivano dalle prefetture con riguardo all'espletamento delle pratiche sono allarmanti e, oltre a mettere in luce la totale disfunzione del servizio, evidenziano l'assenza di coordinamento e di collaborazione tra ministero dell'interno e ministero del lavoro e delle politiche sociali, al centro ed in periferia;
a fronte di ciò, si acuisce la drammaticità della condizione dei lavoratori extracomunitari, che non possono uscire temporaneamente dal nostro Paese e, quindi, sono letteralmente segregati ed in balia di un mercato del lavoro estremamente mobile, tanto che molti di loro, nell'impossibilità di cambiare lavoro nelle more della procedura di regolarizzazione, rischiano di rimanere in una condizione di lavoro nero, servile e sotto ricatti d'ogni genere;
in particolare, mentre gli sportelli polifunzionali provinciali delle prefetture-uffici territoriali del Governo incaricati di gestire la regolarizzazione, causa la carenza di personale, possono evadere solo qualche decina di pratiche al giorno, a fronte di oltre 700.000 domande presentate (60.000 nella sola regione Veneto), diviene insostenibile la situazione di quei lavoratori che, in attesa di essere chiamati a completare la procedura di regolarizzazione, perdono il lavoro. Questi lavoratori, infatti, se non ottengono subito un permesso di soggiorno per la ricerca di nuovo lavoro, restano disoccupati. Si trovano, quindi, nell'incredibile condizione di disoccupati senza diritto a trovare un nuovo lavoro;
ancora peggiore è la condizione dei lavoratori i cui datori di lavoro, come frequentemente accade, rifiutano di rilasciare la lettera di licenziamento, rendendo quindi necessario l'avvio di una vertenza sindacale per ottenere una documentazione sostitutiva;
infine, molti datori di lavoro hanno rifiutato di presentare le domande di regolarizzazione, mentre si è diffusa la pratica della vendita illecita di tali domande, con la richiesta ricattatoria al lavoratore del pagamento di una cifra ben più alta di quella prevista dalla legge -:
quali urgenti iniziative intenda adottare:
a) per potenziare le strutture impegnate nella gestione della regolarizzazione, accelerando le pratiche di assunzione straordinaria di lavoratori interinali da assegnare a tali strutture;
b) per consentire che, non appena venga comunque a cessare il rapporto di lavoro, sia rilasciato al lavoratore un permesso
di soggiorno per la ricerca di nuovo lavoro, senza dover attendere la convocazione presso gli sportelli polifunzionali delle prefetture;
c) per permettere l'emersione del lavoro nero anche nei casi in cui il datore di lavoro abbia rifiutato di presentare la domanda di regolarizzazione. (3-02045)
(10 marzo 2003)

PREDA, SEDIOLI e FRANCI.
- Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
dai dati forniti dalla Caritas italiana, risultano essere 702.000 le domande di regolarizzazione di stranieri nel nostro Paese;
gli adempimenti previsti dalla legge coinvolgono in prima istanza le prefetture, tramite gli uffici polifunzionali, ma non si è provveduto a dotare di personale sufficiente detti uffici e ciò crea tempi lunghi nel rilascio dei permessi di soggiorno;
nell'attesa della regolarizzazione, come recenti fatti denunciano, il lavoratore straniero non può usufruire di alcuni diritti, non può visitare la famiglia nel Paese di origine e rischia l'espulsione senza possibilità di impugnativa -:
quali iniziative intenda prendere il Governo al fine di:
a) accelerare le suddette procedure per assicurare una rapida consegna dei permessi di soggiorno agli aventi diritto;
b) permettere ai lavoratori in attesa di regolarizzazione di recarsi nei loro Paesi di origine, anche per brevi periodi o almeno in occasione delle festività natalizie/pasquali o di lutti familiari;
c) evitare che detti lavoratori si sentano assimilabili a "prigionieri" dentro i confini italiani. (3-02064)
(12 marzo 2003)
(Iniziative per accelerare il disbrigo delle domande di regolarizzazione dei lavoratori extracomunitari - nn. 3-02045 e 3-02064)

Risposta

PRESIDENTE.
Avverto che le interrogazioni Sandi n. 3-02045 e Preda n. 3-02064, che vertono sullo stesso argomento, saranno svolte congiuntamente (vedi l'allegato A - Interrogazioni sezione 5).
Il sottosegretario di Stato per l'interno, onorevole Mantovano, ha facoltà di rispondere.

ALFREDO MANTOVANO, Sottosegretario di Stato per l'interno.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, la regolarizzazione degli extracomunitari clandestini in Italia costituisce una priorità per il Governo ed in particolare per l'amministrazione dell'interno. Dopo le difficoltà iniziali, vi è stata una notevole accelerazione. Il centro servizi delle Poste italiane è passato da una media, all'avvio, di 800 pratiche al giorno trasmesse alle prefetture ad una media di circa 4 mila al giorno.
La principale ragione di complessità che ha determinato i problemi iniziali è stata dettata dalla circostanza che si tratta di una regolarizzazione e non di una sanatoria, per cui è necessario mettere insieme una maggiore quantità di dati, oltre alla predisposizione di un vero e proprio contratto di lavoro che viene sottoscritto presso l'ufficio territoriale del Governo contestualmente alla consegna del permesso di soggiorno, del codice fiscale e della regolarizzazione contributiva.
Nelle prime settimane, ci si è imbattuti in problemi relativi alla messa a punto della procedura che prevede che le Poste italiane effettuino una prima sommaria selezione delle domande, le inviino alle prefetture in scatole separate, in modo da ottenere una divisione tra quelle complete e quelle incomplete, immettendo contemporaneamente i dati relativi nel circuito informatico del Ministero dell'interno per gli accertamenti di polizia necessari al rilascio del nullaosta da parte delle questure.
Questi dati, soprattutto per le difficoltà di interpretazione della grafia e dei nomi stranieri, si sono rivelati in gran parte errati. Basti pensare alla circostanza che alcuni erano stati scritti in cirillico. Ciò ha reso necessario affiancare al lettore ottico il lettore umano, per evitare di respingere domande dietro le quali vi era però un reale rapporto di lavoro.
Superata questa fase di assestamento, il sistema oggi funziona speditamente grazie all'utilizzazione dello strumento informatico che consente alle questure di abbreviare i tempi degli accertamenti di polizia e alle prefetture di effettuare le convocazioni attraverso i collegamenti telematici.
Il sistema permette di seguire in tempi reali gli spostamenti della pratica grazie al codice a barre riportato sulle buste inviate e sul cedolino. Quest'ultimo costituisce la
ricevuta che resta nella disponibilità dell'extracomunitario ed ha la funzione di inibire l'espulsione.
Il sistema consente poi di effettuare le convocazioni in giorni ed ore prestabiliti e ha permesso notevoli vantaggi, primo fra tutti, quello di evitare le code davanti agli uffici delle prefetture. L'attuale regolarizzazione è la più imponente procedura avviata nel nostro paese per gli stranieri. Mentre negli anni passati si erano incontrate oggettive difficoltà per far dialogare, soprattutto a livello informatico, perfino i differenti dipartimenti dello stesso Ministero dell'interno, oggi, proprio con questo meccanismo, si è avviato un progetto trasversale che ha coinvolto ministeri e istituzioni diverse che convergono nell'intento di offrire stabilità al lavoratore extracomunitario.
Le oltre 700 mila domande di regolarizzazione inoltrate rappresentano un numero di gran lunga superiore a quello della sanatoria del passato e, nonostante questo, conosceranno tempi di evasione notevolmente inferiori. Per le ultime due sanatorie si sono impiegati più di due anni ciascuna, con un residuo, per l'ultima, di circa 35 mila pratiche inevase. Infatti, il decreto del Presidente della Repubblica 5 agosto 1998 aveva previsto che il completamento del contingente dei flussi migratori relativi al 1998 fosse riservato ai lavoratori stranieri che dimostrassero, con elementi oggettivi, di essere stati presenti in Italia prima dell'entrata in vigore della legge 6 marzo 1998, n. 40.
In base a ciò, fu inizialmente prevista la regolarizzazione di un numero limitato di cittadini extracomunitari, 38 mila unità. In seguito, con il decreto legislativo n. 113 del 1999, tutti gli stranieri che avessero presentato istanza di regolarizzazione anche con semplice prenotazione entro il 15 dicembre 1998 avrebbero avuto accesso alla procedura.
La gestione delle relative istanze, che non erano 700 mila, ma 250.966, ha richiesto un periodo iniziale tra i 12 e i 15 mesi. A fronte del notevole numero di potenziali rigetti, 180 mila, intervennero interpretazioni estensive dei requisiti prescritti.
Pertanto, le questure hanno dovuto riesaminare le pratiche già valutate, giungendo nei successivi 8-10 mesi a definire positivamente 217.141 istanze.
La definizione delle rimanenti 33.825 istanze è stata sospesa fino all'approvazione del provvedimento di emersione approvato su iniziativa di questo Governo. L'attuale regolarizzazione ha quindi dimensioni tre volte superiori rispetto alla sanatoria della legge Turco-Napolitano e avrebbe dovuto richiedere, rispettando quei ritmi, almeno sei anni, mentre il Governo conferma, anche in questa sede, che il termine di ultimazione sarà quello del dicembre 2003. Semmai dovessero esservi delle code oltre tale termine, saranno di entità assolutamente marginale e relative a casi di oggettiva e grave complessità o a casi assolutamente limitati nei quali è intervenuta l'autorità giudiziaria e ha sequestrato gli atti.
Mentre le piccole prefetture stanno per concludere il lavoro prima dell'inizio dell'estate - alcune lo hanno già concluso -, nelle cinque prefetture più grandi (Roma, Milano, Napoli, Torino e Brescia) si accumula quasi la metà delle istanze presentate. Nel mese di febbraio di quest'anno, il ministro Pisanu ha istituito al ministero un tavolo da me personalmente coordinato, che vede la partecipazione dei capi dei dipartimenti del Ministero dell'interno interessati all'operazione, del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, dell'INPS, delle Poste, oltre che dei prefetti e dei questori, con il compito di effettuare il costante monitoraggio delle regolarizzazioni, di fare emergere eventuali problemi, di definire concordemente le ipotesi e le soluzioni.
Il lavoro in corso sta comportando l'arrivo presso gli sportelli polifunzionali di non meno di 1 milione e 400 mila persone. Lo stato di emergenza per l'immigrazione dichiarato per il mese di febbraio 2002, anche a tal fine, è stato protratto fino a tutto il 2003. Ciò ha permesso di emanare un'ordinanza per
l'assunzione di 1.050 lavoratori interinali, di cui 700 destinati ad essere inseriti già negli organici del Ministero dell'interno, tra prefetture e questure, mentre 350 unità del Ministero del lavoro e delle politiche sociali sono collocate negli sportelli dove è presente anche tale ministero.
I rinforzi sono stati indirizzati in quantità più consistente soprattutto nelle cinque città a cui ho fatto riferimento poc'anzi.
Sull'aspettativa degli stranieri regolarizzandi di poter rientrare nei propri paesi d'origine, ribadisco quanto sostenuto di fronte al Parlamento anche in altre occasioni. Il lavoratore in attesa di regolarizzazione è in possesso della copia della ricevuta postale attestante l'avvenuta presentazione dell'istanza e rilasciata non a lui, ma al datore di lavoro. Tale ricevuta, pur indicando il nome del lavoratore, in realtà non ne consente l'individuazione certa. Questa ricevuta non può in alcun caso costituire documento idoneo ad autorizzare l'espatrio, seppure temporaneo, con successivo rientro né può essere utilizzata come documento di identità o di riconoscimento. Ciò sarebbe in contrasto non tanto con la recente legge sull'immigrazione, ma con gli accordi di Schengen che pongono in proposito vincoli precisi.
La facoltà di lasciare temporaneamente il territorio dello Stato è riconosciuta in via generale soltanto allo straniero regolarmente soggiornante in Italia, in quanto in possesso di regolare passaporto. Tale regolarità si collega al permesso di soggiorno, rilasciato in conformità ai criteri indicati dal trattato di Schengen, del quale l'articolo 8 del regolamento di attuazione del testo unico sull'immigrazione rappresenta la traduzione normativa.
Detto questo, il Governo è ben consapevole che gli immigrati clandestini in fase di regolarizzazione affrontano un obiettivo sacrificio, ma è tuttavia altrettanto consapevole dell'opportunità che viene loro offerta dalla cosiddetta legge Fini-Bossi di essere accolti in condizioni di piena integrazione nel nostro paese. È ovvio - ciò si ricava dalle norme generali sull'immigrazione - che i casi eccezionali di necessità di rimpatrio che si presentino come assolutamente indifferibili nel tempo, anche solo di qualche settimana o di qualche mese, sono stati, sono e saranno valutati adeguatamente con procedure di autorizzazione particolari legate alla specificità dei singoli casi.
Vengo ora alla questione del cosiddetto "subentro", cioè alla condizione del lavoratore extracomunitario per il quale si sia verificata una modifica del rapporto di lavoro dal momento della presentazione dell'istanza di regolarizzazione, a seguito della morte del datore di lavoro, del licenziamento o delle dimissioni. Nella prospettiva di garantire la reale emersione del lavoro irregolare, il Ministero dell'interno e il Ministero del lavoro hanno diramato due circolari, in base alle quali viene resa possibile la stipula del contratto di lavoro e, più in generale, la definizione della regolarizzazione anche con un datore di lavoro diverso da quello che originariamente ha presentato la domanda.
L'instaurazione del nuovo rapporto di lavoro avviene all'esito della definizione della domanda di regolarizzazione per la necessità di garantire l'esatta osservanza del disposto di legge che riconnette l'emersione del rapporto di fatto e la sua legalizzazione a precise condizioni. Solo dopo il loro accertamento, il lavoratore può essere legittimamente ammesso alla conclusione del contratto.
Al riguardo, assicuro che si sono notevolmente ridotti i tempi di attesa per la convocazione davanti alle prefetture dei lavoratori che si trovino in queste condizioni. Ciò a seguito dell'emanazione della circolare del 3 aprile 2003 con la quale sono state impartite precise direttive circa la predisposizione, nell'ambito dello sportello polifunzionale istituito in ogni prefettura, di una postazione dedicata a tali casi.
Per quanto concerne, infine, le ipotesi in cui il datore di lavoro abbia rifiutato di presentare domanda di regolarizzazione, voglio riferire che, a seguito dell'entrata in vigore della legge n. 222 del 2002 in materia di emersione del lavoro irregolare, il dipartimento della pubblica sicurezza del
Ministero dell'interno, con circolare del 31 ottobre 2002, ha consentito, per un periodo limitato, ai cittadini extracomunitari che si trovassero in tale posizione ed avessero avviato una vertenza tramite associazioni sindacali o di patronato, di ottenere, previa esibizione della necessaria documentazione, il rilascio di un permesso di soggiorno per attesa occupazione, della durata di sei mesi.

PRESIDENTE.
L'onorevole Preda ha facoltà di replicare per la sua interrogazione n. 3-02064.

ALDO PREDA.
Signor Presidente, sono notevolmente insoddisfatto della risposta del Governo. Abbiamo una legge estremamente complicata. La Caritas italiana ha denunciato 702.000 domande di regolarizzazione di stranieri i quali devono rivolgersi, insieme al datore di lavoro (quindi, complessivamente si tratta di un milione e 400 mila persone), agli uffici polifunzionali presso le prefetture, dove dovrà essere presente almeno un rappresentante della prefettura, un rappresentante dell'ufficio provinciale del lavoro, un rappresentante della questura e un rappresentante delle agenzie delle entrate. Quindi, milioni di persone devono recarsi presso le prefetture, presso gli uffici polifunzionali. Sappiamo benissimo che gli sportelli polifunzionali non funzionano, che sono carenti di personale e che hanno regolarizzato pochissime domande.

ALFREDO MANTOVANO, Sottosegretario di Stato per l'interno.
Chi l'ha detto? Come fa a dire queste cose?

ALDO PREDA.
Questo è lo stato, di fatto, denunciato dalla Caritas italiana e da tutti coloro che seguono queste procedure.
Nella mia interrogazione non ho chiesto nulla di speciale. Prendo atto che questa è la legge (che noi non abbiamo approvato) e che questa burocrazia è estremamente pesante. Gli sportelli polifunzionali funzionano a scartamento molto ridotto a causa delle pesanti procedure che si devono seguire.
Nella mia interrogazione ho chiesto che si prenda in esame il problema di 702 mila persone che vivono nel nostro paese, che devono essere regolarizzate e che hanno la necessità, dovuta a lutti familiari, a matrimoni dei figli o ad eventi familiari particolari, di recarsi nei paesi di origine.
I casi eccezionali di cui parlava il sottosegretario da chi sono esaminati? Il ministro dell'interno, in una recente lettera di risposta ad un gruppo di parlamentari, ha dichiarato che devono essere esaminati dai questori. Ma i questori non hanno disposizioni per esaminare i casi eccezionali. Questa è la realtà. D'altra parte, lo stesso Governo afferma che copia della ricevuta non costituisce titolo per rilasciare il nulla osta per recarsi all'estero.
Pur prendendo atto della data di scadenza cui faceva riferimento il Governo - dicembre 2003 - per esaminare le 702 mila pratiche esistenti nel nostro paese, resta il fatto che, da più di un anno, 702 mila persone non possono recarsi nel proprio paese di origine; esse sono prigioniere nel nostro paese.
Mi rendo conto del fatto che, con questa legge, i tempi saranno estremamente lunghi e che, di conseguenza, ben difficilmente gli sportelli istituiti presso le prefetture ce la faranno a completare l'esame di tutte le pratiche entro il mese di dicembre di quest'anno. Pertanto, chiedo di esaminare il problema di questi extracomunitari in attesa di regolarizzazione, i quali, tra i tanti problemi (ad esempio, di rapporto con il datore di lavoro e di alloggio), hanno anche quello di non poter rientrare nel paese di origine perché, se lo fanno, non possono rientrare nel nostro paese.
Credo che una circolare ai questori ed alle prefetture, nella quale si diano istruzioni per esaminare casi particolari e per autorizzare i predetti soggetti a recarsi nei paesi di origine per brevi periodi, sia il minimo che un paese civile possa concedere.

PRESIDENTE.
L'onorevole Ruzzante ha facoltà di replicare per l'interrogazione
Sandi n. 3-02045, di cui è cofirmatario.

PIERO RUZZANTE.
Signor Presidente, sarò rapidissimo perché mi riconosco nella replica dell'onorevole Preda.
Signor sottosegretario, non credo che si debba arrabbiare per le parole usate dal collega Preda. Pur non condividendo, ovviamente, i contenuti della legge Bossi-Fini, riconosciamo che, in ordine alla fase di presentazione delle domande, avete fatto una scelta molto intelligente prevedendo che la presentazione delle domande avvenisse presso gli uffici postali e che la somma dovuta fosse ivi versata mediante conto corrente postale; si è trattato di un metodo assolutamente efficace, che non ha creato code, che non ha creato problemi e che ha consentito a 702 mila persone (ed ai correlati datori di lavoro) di poter avviare la pratica per la regolarizzazione. Riconosciamo, anche se successivamente rispetto agli avvenimenti, che, in quel caso, fu fatta una scelta corretta.
Oggi, invece, abbiamo la sensazione di assistere ad un eccesso di burocratizzazione delle procedure che rallenta i tempi. Avevamo detto sin dall'inizio, nel corso della discussione in quest'aula, non dopo, non successivamente, che le prefetture non sarebbero state in grado di dare risposta alla mole di lavoro che sarebbe loro piovuta addosso; e la dimostrazione che non era quella prefettizia la sede giusta l'ha fornita proprio lei nella sua risposta: essere stati costretti ad assumere personale in quelle dimensioni, in quella consistenza numerica, dimostra, evidentemente, che le prefetture non erano la sede istituzionale più corretta, più giusta e più in grado di dare una risposta efficace a tale riguardo.
Fatto sta che, comunque, se si tiene conto del momento in cui sono state presentate le domande, il risultato è che, per più di un anno - lei assicura che il loro esame verrà completato entro il mese di dicembre 2003, ma verificheremo se entro quella data effettivamente sarà stata data risposta a tutte le domande -, 702 mila persone vedranno limitati i loro diritti, le loro libertà personali, la loro libertà di spostamento. Non mi pare poca cosa! Né mi sembra che la situazione sia caratterizzata da quei tempi brevi che erano stati annunciati nel corso della discussione della legge Bossi-Fini.
Infine, riprendo, per riproporla all'attenzione del sottosegretario per l'interno, la questione (sollevata nell'interrogazione) riguardante la vendita illecita di domande e le richieste ricattatorie ai lavoratori di pagamento di una cifra ben più alta di quella prevista dalla legge. Insomma, il lavoratore extracomunitario appare, in molti casi, un po' sotto ricatto. Credo che, da questo punto di vista, si debbano accentuare le forme di controllo e di prevenzione di pratiche che rischiano di mettere sotto ricatto migliaia e migliaia di lavoratori sia sotto il profilo contrattuale sia sotto quello dei tempi, degli orari e delle giornate di lavoro (in particolar modo, utilizzandoli in orari notturni o facendoli lavorare la domenica) sia, ancora, sotto il profilo delle libertà sindacali. Credo che tali aspetti vadano monitorati e tenuti sotto controllo perché dobbiamo garantire ai cittadini extracomunitari certo un permesso di soggiorno, certo un'occupazione nel nostro paese, ma anche parità di diritti con i nostri lavoratori.
In caso contrario, il rischio sarà quello che in tempi non lunghissimi potremmo avere un lavoratore di serie A e un lavoratore di serie B; il lavoratore di serie B con meno diritti, con meno tutele, probabilmente anche con paghe differenziate, rischia e rischierà di rappresentare un elemento competitivo e porrà a rischio le situazioni e le condizioni economiche di molti lavoratori italiani.
Lo dico adesso perché un domani questo sarà un problema con il quale dovremo fare i conti. Allora poniamo adesso la questione della necessità di un controllo e della necessità di garantire uguali diritti in modo tale che si possa lavorare per tempo affinché le condizioni da me esposte non si verifichino.